II CAPITOLO
Dopo una settimana d’inutili tentativi di rintracciarla al telefono o fuori casa, dal momento che non si faceva vedere nemmeno al parchetto dei cani, io e Schizzo decidemmo di andare in centro a cercarla. La prima tappa fu da Katy, il cui vero nome era Caterina, che era la sua migliore amica e che lavorava in un immobiliare giù in Piazza.
Di mattina era irriconoscibile vestita con la camicetta e la giacca, sembrava un’altra persona, magari la sorella più grande.
Aspettai che venisse fuori dall’agenzia, per fumare la consueta sigaretta e le fui addosso.
– Ciao Katy, come va? –
– Ehi Riccio. Che ci fai qui? Sei un po’ fuori zona!–
– Giravo per conto mio. Hai visto la Simo ultimamente? –
– No, ci siamo incontrate sabato al mercato e non l’ho più sentita, tutto bene tra di voi? –
– Non saprei, è letteralmente sparita, ha il telefono sempre fuori posto, non viene nemmeno più al parchetto, tu che dici? –
– Riccio, Riccio, io ti avevo avvertito, la Simo sembra tanto una brava ragazza e lo è, ma è anche completamente svitata. Avete litigato? –
– No è questo che mi fa ammattire, siamo stati insieme alla Vampa, una serata fantastica…-
Katy abbozzo un sorriso sospettoso.
– No ti giuro, siamo stati troppo bene, nemmeno uno screzio piccolo così, sono giorni che ripasso tutto a mente, fotogramma per fotogramma. Sono disperato, sento di amarla moltissimo. Perché è sparita? –
Soffrivo come un cane, era un modo di dire, in realtà soffrivo più di un cane, perché tutto sommato i cani soffrono per motivi legati ai loro stati fisici: quando sono percossi, quando sono feriti, ammalati o alla catena. Invece noi umani abbiamo altri modi di soffrire tutto affatto singolari e raffinati. Mi torturavo, per un senso di inadeguatezza, sapevo di aver sfiorato il cielo con un dito, ma tutto era andato perso perché non ero stato all’altezza della situazione. Ero destinato a una vita grigia e monotona senza amore, la cui unica alternativa era lo scombino. Quanto avrei pagato in quel momento perché qualcuno mi passasse una canna per ritornare in quello stato indefinito di leggerezza e dissoluzione.
Soffrivo troppo, la testa tornava sempre agli stessi pensieri, fu così che girando senza meta e senza lucidità, capitai presso la bottega di Manlio ed entrai come una nave al porto nella tempesta.
Manlio Nebbia, era un vecchio compagno dell’istituto professionale, forse l’unico che mi era rimasto di quella classe di devastati dopo che ero passato al Liceo Linguistico. Nebbia non era il suo cognome, ma faceva riferimento alla coltre di fumo che si portava sempre appresso, un’aura che lo avvolgeva perennemente e lo rendeva sempre sfocato o sarebbe meglio dire sfumato. Così lo trovai che lavorava al suo tavolo di falegnameria, riverso su degli assi e avvolto in una nuvola, le mani tutte due sugli strumenti, gli occhiali sporchi di segatura ed a lato della bocca l’immancabile involto di tabacco.
– Ehi Riccio, qual buon vento ?-
– Ciao, passavo di qua,… cosa fai un mobile ?-
– No, sono delle porte, un cliente…, un buon lavoro…, paga bene! –
Manlio non era persona di tante parole, ne conosceva poche e ne usava anche meno, poi solitamente mentre lavorava sentiva la musica e infatti proprio in quel momento ascoltava una cassetta di Battiato, una cassetta datata e strasentita.
Fu il fumo forse quell’atmosfera familiare e il ricordo di tante sere passate in quel luogo con quella musica, mi venne quasi voglia di piangere, fece giusto in tempo il mio amico a passarmi la sua sigaretta, che mi diede l’opportunità di poter tossire e lacrimare a mio piacimento, trattandosi di un fumo davvero molto speziato.
– Sai Riccio, e qualche giorno che ti penso, ma dimmi un po’ perché ci siamo persi io e te? ma ti ricordi le serate qui dentro a ordinare le pizze col Serrata e il Michetti-
– Accidenti !- Esclamai, un po’ per assentire, un po’ perché un petazzo di fumo m’era caduto sulla felpa.
– Pensare che quei due, ancora stanno facendo il primo, non usciranno mai dalla scuola… Invece io ho capito, al secondo ho telato, stavo perdendo tempo e soldi per un diploma di perito elettronico di merda-.
– No dai, quei due l’hanno bocciati anche quest’anno ?- gli davo corda, finché parlava, io fumavo e lacrimavo, già stavo un po’ meglio.
– E ti credo, li hanno beccati a svaligiare il laboratorio, non solo fanno scena muta tutto l’anno, ma appena possono rubano tutto quello che gli capita sotto mano, finché si trattava delle pinze ma quelli si stavano portando via due monitor, come niente fosse… sono dei balordi! –
Il giorno dopo ero da Lino il Positivo, ci avevo pensato tutta la notte, solo lui poteva darmi un consiglio, il solo vederlo mi fece sentire bene.
– Ehi Riccio, ma questo è un evento bisogna festeggiare, hai messo piede nel mio bar, cosa prendi offro io ?-
Capite perché lo chiamavano il positivo, era la persona che ti faceva riconciliare con il genere umano, vedeva sempre il lato buono delle cose e tutto ciò che gli scorreva attorno prendeva la piega giusta. Mi stette a sentire mentre sfaccendava un po’ attorno ai tavoli, poi mi fece segno di avvicinarmi al bancone, buttò giù un succo di ananas un tocco di gin e qualche altra diavoleria e mi passò un bicchiere che trasudava freschezza.
– Bevi, ti vedo un po’ disidratato… dunque la tua ragazza è sparita dopo la vostra prima notte d’amore. Bene, bene… Cioè, non mi sembra una cosa grave, anzi ti dirò, quello che succede tra un uomo e una donna dopo il loro primo congresso carnale, passami l’espressione, è di solito molto spiacevole, una sorta di tendenza a strafare che nasconde un desiderio di voler restare da soli per meditare sull’accaduto. Quindi mi sembra di poter dire che la tua ragazza è una persona sana, che ha fatto esattamente quello che andava fatto, si è momentaneamente sottratta alle tue moine dettate dal senso di colpa di aver colto il fiore-
Eh sì che Lino oltre ad essere la positività personificata, era anche un poeta e un fine dicitore, non ci avevo capito niente, ma come lo aveva detto bene, avevo colto il fiore.
– Ma cosa c’entra il senso di colpa? –
– Sì è tipico, si rimane lì a fare i romantici, a coprirla di attenzioni, non si sa più quando è opportuno lasciarla, come se invece di averle dato piacere la si fosse buttata sotto con l’automobile.-
In effetti se ci pensavo, avevo insistito a portarla fin sotto casa e poi prima di andar via, l’avevo chiamata al telefono e le avevo detto che l’amavo e che era stato tutto bellissimo, e avevo già voglia di rivederla, insomma forse era stato un po’ troppo…?
– Pensi che sono stato asfissiante ?-
– No, penso che l’hai mandata proprio nel panico, tra voi non è cambiato proprio niente, non è che tu adesso le puoi proporre di sposarla e andare a vivere insieme, solo perché ha deciso di concedersi per una notte !-
Ammetto, di aver pensato a tutte quelle cose che stava dicendo, insomma pensavo di dovermi assumere delle responsabilità e glielo dissi.
– Riccio, Riccio, sei un vero spasso, l’ultimo cavaliere senza macchia rimasto in circolazione. La tua ragazza non ha in mente nessun progetto di vita in comune ha i sui venti anni e se la vuole godere-.
Era un punto di vista che non avevo preso minimamente in considerazione.
Ancora una volta Lino era stato provvidenziale, adesso avevo le idee chiare, niente più convivenze e matrimoni, bisognava mantenere un basso profilo. Non era successo niente, dovevo farmi vedere in giro, sorridente e tranquillo, andare a tutti gli appuntamenti mondani, frequentare gli amici e perfino qualche amica, in modo che lei lo venisse a sapere e si decidesse a richiamarmi.
L’ottimismo ricominciava a pilotarmi e mi portò a riattraversare il parchetto, dove si erano raccolti padroni di cani e bestioline, in un tripudio di movimento animale e chiacchiericcio umano. Mi fermai a parlare con qualche conoscente e venni a sapere che al Diderot quella sera stessa suonavano i Lemons e state sicuri che ci sarebbero passati tutti ma proprio tutti, anche perché a seguire c’era il dj-set con Borioso, che aveva più amici che estimatori.
